F come Fort Sahara

 In Alfabeto, Architettura ludica

Un’architettura in terra cruda che anticipa il fenomeno dell’etnico, con una nota di minimalismo esotico che disvela le affinità con l’architettura spontanea. Da un lato il fortino rimanda all’eredità dell’architettura d’Oltremare degli anni ’20 e dall’altro evoca il mondo cinematografico di Beau Geste e di altri film legati alla Legione straniera.

Un discorso che punta a legittimare un’architettura emozionale di matrice esotica, che dovrebbe offrire anche la chiave per comprendere anche altri tipi di progetti, legati ad altri stili e ad altri contesti.

In virtù della sua voluta semplicità il fortino della Legione assurge con estrema naturalezza a un etereo minimalismo, in grado di competere con l’immagine del deserto circostante. La costruzione, di chiara matrice dechirichiana, diventa essa stessa musa inquietante nel deserto del reale di zizekiana memoria, veicolando il senso di oggetto architettonico ‘senza qualità’ nell’epoca della riproducibilità tecnica, intendendo la doppia valenza della riproducibilità, tanto del kit da costruzione, riproposto in migliaia di esemplari, sia nella riproducibilità ad opera del modellista che assembla il kit stesso.

Il Fort Sahara dell’Airfix è la negazione della sperimentazione trasgressiva degli architetti in rivolta del ’68 e rappresenta un’illuministica visione di un ritorno all’ordine che tra i suoi archi e nelle sue feritoie tradisce un non troppo velato richiamo all’opera di Boullée e Ledoux. Si potrebbe ravvisare una parentela, seppur lontana, con la poetica di Aldo Rossi.

Fort Sahara (1969)

Progetto: Airfix

Voci progettuali nel deserto di plastica.

Il tropicalismo postmodermo del Fort Sahara dell’Airfix

(recensione a “Learning from Eternia” di Teodoro Cirani, pubblicata su Artifex, luglio, 2016).

Testo raccolto da Mario Gerosa

Il sonno del moderno genera mostri. O, a seconda dei punti di vista, la cultura postmoderna genera meraviglie. Dopo un certo interesse per la creatività apparsa nei territori del virtuale, per esempio nelle architetture dei mondi sintetici, che riportarono in auge un certo gusto per le costruzioni di ispirazione ludica, ora si tende a recuperare quella dimensione nella realtà, cercando anche le radici di quella particolare cultura. Rientra in questo contesto “Learning from Eternia” di Teodoro Cirani (edizioni Nuovo Atelier, 240, pag.,35 euro), un libro sulle architetture immaginarie della cultura ludica contemporanea che da un lato si presenta come una ricca rassegna su un fenomeno ancora inesplorato e dall’altro lato come una sorta di pamphlet, un j’accuse nei confronti di una critica che fatica a individuare nuovi orizzonti per questa disciplina, al di fuori delle stravaganze dell’architettura parametrica. Cirani, che da tempo segue un filone di studi improntato alla trasversalità culturale, si era già avventurato in questi ambiti, pubblicando, qualche anno fa, “Senza passare dal via: un’analisi sociologica e urbana del Monopoli” e “I nipotini di Le Corbusier: ipotesi per un Razionalismo ludico”. Docente di Storia dell’architettura comparata, l’autore parte dal presupposto che fin dagli anni ’60 le architetture dei playset, ovvero le costruzioni di giocattoli legati alle action figures o ai modellini in scatola abbiano influenzato l’immaginario di progettisti cresciuti con quelle miniature, e che, al contempo, lo stile di quelle creazioni possa dare nuova linfa alle architetture di oggi, che non di rado faticano a trovare una propria identità. Con queste premesse, ci si potrebbe aspettare un’interpretazione totalmente votata al futuro, con esempi di derivazione fantascientifica. E invece prevale una lettura più nostalgica, che intende l’arte di costruire ludica come una possibile propaggine di un neocolonialismo architettonico. Nel capitolo dal titolo “Tropicalismo”, dove Cirani propone un’accurata analisi dell’architettura del Fort Sahara dell’Airfix (1969), l’autore indulge soprattutto sulla capacità di anticipare il fenomeno dell’etnico, soffermandosi sul minimalismo esotico di quel progetto, rilevandone le affinità con l’architettura spontanea, riprendendo in questo senso le riflessioni di Eugenio Galdieri, che nel 1982 pubblicò “Le meraviglie dell’architettura in terra cruda”. L’analisi di Cirani si estende da un lato all’eredità dell’architettura d’Oltremare degli anni ’20 e dall’altro evoca il mondo cinematografico di Beau Geste e di altri film legati alla Legione straniera per sustanziare un discorso che punta a legittimare un’architettura emozionale di matrice esotica, che dovrebbe offrire anche la chiave per comprendere anche altri tipi di progetti, legati ad altri stili e ad altri contesti. Come spiega Cirani, “il Fort Sahara dell’Airfix, nella versione classica del 1969, può essere agevolmente considerato un’architettura archetipica. In virtù della sua voluta semplicità il fortino della Legione assurge con estrema naturalezza a un etereo minimalismo, in grado di competere con l’immagine del deserto circostante. La costruzione, di chiara matrice dechirichiana, diventa essa stessa musa inquietante nel deserto del reale di zizekiana memoria, veicolando il senso di oggetto architettonico ‘senza qualità’ nell’epoca della riproducibilità tecnica, intendendo la doppia valenza della riproducibilità, tanto del kit da costruzione, riproposto in miglia di esemplari, sia nella riproducibilità ad opera del modellista che assembla il kit stesso”. Cirani poi estende la sua analisi ai caratteri costruttivi dell’edificio, che giunge a una radicale rarefazione degli elementi architettonici, eliminando ogni voluttà decorativa. Forse è un po’ eccessivo il paragone con Loos proposto dall’autore, che per rafforzare la sua tesi scomoda addirittura la casa viennese di Michaelerplatz. Allo stesso modo, appare stridente l’idea di accostare il progetto del cenotafio di Newton alla Safari Hut del Big Jim, ma il discorso di base rimane comunque un punto di partenza plausibile, soprattutto se si inquadra quell’architettura nel contesto dell’epoca, ovvero la fine degli anni ’60 della Space Age, dell’Architettura radicale e degli Archigram. Il Fort Sahara dell’Airfix in tal senso è “la negazione della sperimentazione trasgressiva degli architetti arrabbiati del ’68 e rappresenta un’illuministica visione di un ritorno all’ordine che tra i suoi archi e nelle sue feritoie tradisce un non troppo velato richiamo all’opera di Boullée e Ledoux”. Qui la provocazione ha il sopravvento sulla lucida analisi, ma è innegabile che esistano delle consonanze e delle affinità elettive, anche se abbiamo qualche riserva ad accettare una parentela, seppur lontana, con la poetica di Aldo Rossi. In ogni caso, il saggio sul tropicalismo del Fort Sahara è utile come chiave interpretativa per gli altri capitoli che compongono il volume, che, ben lungi dall’essere un ironico j’accuse, scava in profondità nelle crepe del moderno, cercando possibili alternative. A più riprese Cirani pare propendere per la necessità di identificare un nuovo grado zero della scrittura architettonica, un discorso che appare evidente nel testo dedicato ai plastici Atlantic considerati come esempi di Land Art. Riprendendo e espandendo un suo studio precedente, l’autore individua i prodromi di un urbanistica sostenibile nella conformazione dei territori dei diorami prodotti negli anni ’70 dall’azienda lombarda. “I plastici Atlantic rientrano di diritto nella Land Art coeva. Il playset ‘Marinai d’Italia. Battaglia dell’isola fortificata’ ha una forte attinenza con l’opera di Michael Helzer, in particolare con Displaced-Replaced Mass (1969) e la disposizione delle lingue di terra che costeggiano le postazioni assume un significato di archeologia artificiale, di presenza in situ di un immaginario militaresco che oscilla tra le invenzioni di Francesco di Giorgio Martini e le installazioni di Dennis Oppenheim: in tal senso si “gioca” sul gianobifrontismo di struttura permanente e di installazione effimera, compresenti nel medesimo artefatto”. I paragoni proposti dall’autore sono indubbiamente suggestivi e stimolano l’immaginazione. Difficile però trovare un’immediata corrispondenza, e nel dibattito architettonico attuale, e soprattutto, in una realtà che si presenta assai più complessa di quanto non possano far pensare queste analisi in vitro.

Le altre divagazioni critiche di Cirani si muovono sulla stessa linea, apparendo più o meno convincenti a seconda dei casi. Spumeggiante nello stile ma deludente nei contenuti, date le premesse, è il testo che dà il titolo al libro, “Learning from Eternia”, che tutto sommato appare come un adattamento un po’ forzato delle tesi del volume seminale di Venturi, Scott Brown e Izenour: “il dna del diorama della Snake Mountain dei Masters of the Universe della Mattel è lo stesso della Montagna incantata di Mann, ricodificato secondo l’edonismo architettonico degli anni ’80…”, “Castle Grayskull è una variazione sul tema dell’architettura ludica dei castelli di Ludwig…” appaiono infatti come frasi a effetto prive di una possibile ricaduta nella realtà. Più interessanti i capitoli sul Razionalismo ferroviario dei modellini della Kibri e sull’immaginario dell’architettura da catastrofe della Liberty Base Road Wars delle Hot Wheels Mattel, e curiosa la comparazione tra l’estetica tecnologica del Beaubourg e il post meccanicismo del Training Center di Action Man e il Quartier generale del Big Jim. Ricchi gli apparati iconografici, con più di 200 schede sulle principali architetture e i progetti originali.

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