Non c’è #storia, un saggio di Marco Brando sui codici dei luoghi comuni legati alla storia

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Pian piano, quasi senza accorgersene, ci siamo abituati ai sensazionalismi quotidiani. Soprattutto nei social, dove vige la pratica del clickbait, la tendenza a creare notizie a forte tensione spesso interrotte bruscamente ad arte per creare suspence. Nell’era delle notizie in pillole lette di sfuggita su Instagram e TikTok la descrizione di un fatto si assesta su un tono sopra le righe, si tende a gridare la realtà. Con l’affermarsi di questa pratica c’è anche la tendenza da parte degli utenti ad assuefarsi ad un linguaggio enfatico che paradossalmente azzera tutta la carica esasperata di queste cronache: l’esagerazione diventa la norma e non stupisce più. In questo mondo di notizie ridotte a facili slogan vige un linguaggio codificato che riprende tutta una serie di cliché e di luoghi comuni che facilitano l’immediata comprensione e soprattutto la possibile empatia col lettore. Si tratta di una semplificazione della cronaca e del linguaggio che in definitiva si rifà a un numero ristretto di stereotipi, utili per ricondurre immediatamente chi legge a un immaginario elementare di facile presa.

Una pratica analizzata scrupolosamente da Marco Brando, giornalista di lungo corso e appassionato cultore del Medioevo, che ha appena pubblicato il libro Non c’è #storia, I cliché storici nei media italiani (Salerno editrice, 192 pag., 18 euro).

Apprezzato per i suoi saggi per l’Enciclopedia Treccani, Brando appunta la propria attenzione sulla disamina distaccata e il più possibile obiettiva di grandi periodi storici, cercando di modernizzarne e attualizzarne l’interpretazione, invitando a superare le definizioni cristallizzate da manuale scolastico impresse nel nostro immaginario. È un lavoro importante quello di Brando, che si muove sul confine tra giornalismo, storia e sociologia, realizzando un fine lavoro di analisi sul campo che si dirama contemporaneamente in vari ambiti: un’opera solerte di debunking, di demistificazione di notizie ma anche di assunti storici generati principalmente dalle suggestioni provocate da film e romanzi, e poi sedimentati fino ad assumere un senso di post verità. A questa tendenza di presentare una storia emozionale caricata di una forza teatrale enfatica e immaginifica si contrappone l’analisi meticolosa dello studioso che cerca di riportare i fatti nella corsia della verità meno eclatante.

Nei suoi libri Brando si è occupato diffusamente di Medioevo, svelando i falsi miti legati a quello che viene definito comunemente un periodo oscuro. Ora nel suo nuovo libro punta la propria attenzione sulle metafore ad effetto che pretendono di spiegare situazioni alquanto complesse con immagini lampo riprese da un passato centrifugato.

Immagini come “Far West” per indicare una situazione caotica o “caccia alle streghe” per evocare qualsiasi forma persecutoria sono tanto immediate quanto banalizzanti. In queste metafore d’effetto da un lato c’è la voglia di esasperare i concetti e di creare qualcosa di assolutamente forte, quasi un’immagine giornalistica da colossal. Dall’altro lato c’è il desiderio di arrivare direttamente al lettore o all’ascoltatore, creando una sorta di meme. Quindi c’è un’anticipazione del linguaggio dei social: è un idioma ad effetto che comunque va a scapito della limpidezza della notizia della capacità di rimanere aderente alla realtà. C’è una voglia irresistibile di stupire e di creare una scossa nel lettore e nell’ascoltatore. Queste immagini attingono alla storia, ma, come Brando aveva già notato in un altro suo saggio, si attinge a un passato già riscritto dai media, ovvero “rimediato”. Per questo motivo la notizia è doppiamente artificiale (non necessariamente falsa): in primo luogo perché si appropria di un periodo storico svuotato della sua complessità, e perché lo fa ispirandosi a riletture di altri, appartenenti per lo più alla narrativa e alla cultura popolare.

Si creano così associazioni che spesso non corrispondono alla realtà, come ha notato Brando in altri suoi libri rivisitando e rileggendo per esempio alcuni momenti cruciali del Medioevo. Questi periodi vengono appiattiti su una lettura banale che tende a livellare a prendere solo una parte della complessità del fenomeno. Per cui il Far West o il Medioevo vengono ridotti a elementi che servono solo per creare una frase ad effetto che non corrisponde né alla realtà di ciò che si va a raccontare né di quello che è il riferimento portato di volta in volta. Brando riesce a distillare con grande acutezza queste differenze: si concentra a smascherare tutte queste esagerazioni, lavorando su due versanti: da un lato sulla rilettura distaccata, perseguita con piglio scientifico, di periodi storici che vengono impoveriti da queste metafore ad effetto, e dall’altra sul riportare alle giuste proporzioni tutto ciò che viene evocato, sia che la notizia riguardi una corsia di ospedale o un fenomeno politico. Come si evince in Non c’è #storia, questa commistione tra metafora e realtà nuoce alla fedeltà del giornalismo. Potrebbe funzionare per un post di un social network ma dovrebbe essere limitato nell’ambito della cronaca. Eppure ci sono moltissimi titoli ad effetto che utilizzano tutte queste metafore andando ad attingere al pozzo delle esagerazioni legate a periodi storici filtrati dalla lente del romanzo popolare e del cinema.

E’ una ricerca importante, che ha illustri predecessori. Nel suo saggio Malattia come metafora la saggista e critica culturale statunitense Susan Sontag evidenzia per esempio il rischio della banalizzazione della realtà attraverso l’esagerazione ad effetto legata a una storia molto semplificata.

“La metafora è uno strumento potente, ma quando viene usata per drammatizzare eccessivamente la realtà quotidiana, finisce per occultare la verità. Sostituire la descrizione precisa di un problema con un’immagine bellica o storica iperbolica significa rinunciare a pensare”, scrive Sontag, che ha messo a fuoco il concetto di “tossicità delle metafore”.

Dal canto suo, la filosofa Hannah Arendt, analizzando la propaganda e il discorso pubblico, mise in luce il rischio di presentare un passato stereotipato.

“Le analogie storiche grossolane e le metafore esagerate servono solo a rassicurare i pigri, offrendo loro l’illusione di capire il presente senza lo sforzo di analizzarlo nelle sue reali e inedite sfaccettature.”

Il problema di queste immagini è che innanzitutto semplificano il presente perché si rifanno ad esempi del passato per raccontare una realtà molto diversa e complessa che non può essere letta applicando le stesse strutture del di momenti del passato, e poi al tempo stesso deformano anche il passato stesso in quanto ehm riducono a un’immagine semplificata e stereotipata dei periodi storici di grande complessità.

E da lì si dipartono varie iperboli economiche e politiche, come “macelleria sociale”, al pari dell’abuso di termini come dittatura e guerra, usate per diversi contesti.

Tutte queste pratiche vengono confutate nel libro di Marco Brando, in parte anticipato dal suo saggio Storie e media, il Far West dei luoghi comuni, scritto per l’Enciclopedia Treccani. Questo saggio è utilissimo come chiave di lettura per il libro che diventa poi una uno strumento per sviscerare questa complessa materia.

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